Qui di seguito, pubblico una mia intervista fatta da Emanuele Rebuffini per il mensile Nuovasocietà:

«La nostra opinione è che la riforma non riesca a perseguire gli obiettivi dichiarati: d isemplificazione e di conferimento di efficienza e di efficacia al sistema istituzionale». Così si legge in un articolato documento firmato da dieci Parlamentari del Partito Democratico (Paolo Corsini, Franco Monaco, Nerina Dirindin, Luigi Manconi, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiutti, Walter Tocci, Luisa Bossa, Angelo Capodicasa), che hanno annunciato di votare No al referendum costituzionale.

Un No di merito alla riforma che comporterà«una complessiva alterazione degli equilibri, delle garanzie e dei bilanciamenti di cui si nutre il costituzionalismo tutto a vantaggio de lgoverno». Tra i firmatari c’è anche la senatrice torinese Nerina Dirindin, docente all’Università di Torino dove insegna Scienza delle Finanze ed Economia e politica sanitaria, già Direttore Generale della Programmazione del ministero della Sanità e dal 2004 al 2009 assessore alla Sanità della RegioneSardegna.«Non abbiamo chiesto altre adesioni al nostro documento– spiega la Dirindin-perché non facciamo parte di nessuna corrente e non vogliamo dare vita ad alcuna corrente. Esprimiamo una preoccupazione di merito, che non può essere oggetto di negoziazione o di scambio con una modifica della legge elettorale, modifica che anche noi crediamo vada fatta».

Senatrice, nel documento vi dichiarate favorevoli al superamento del bicameralismo paritario, ma accusate la Renzi-Boschi di introdurre “un procedimento legislativo farraginoso e foriero di conflitti”, dando così vita ad un bicameralismo confuso.

Confuso perché sono previsti vari procedimenti legislativi a seconda della materia, con la possibilità dell’espressione del Senato e un rimbalzo alla Camera. Questo farà sì che, almeno in un primo momento, non ci sarà una semplificazione, ma un’ulteriore complicazione, che renderà necessario un intervento chiarificatore da parte della Corte Costituzionale. Inoltre, la mia esperienza di questi tre anni al Senato mi ha dimostrato che spesso, come saggiamente avevano previsto i padri costituenti, è necessario sedimentare le materie prima di decidere, e in questo senso è utile il passaggio tra le due Camere. Si pensi al provvedimento sulla responsabilità legale dei professionisti sanitari, un testo atteso da 20 anni. La discussione è iniziata alla Camera dove si è riusciti ad approvarlo superando gli ostacoli principali, e quando il testo è arrivato al Senato abbiamo fatto un lavoro di ricamo per migliorarlo, superando le criticità rimaste. La sequenza tra le due Aule consente prima di risolvere i problemi essenziali, poi di raffinare il testo. Quello del bicameralismo è un tema che è stato esasperato. La semplificazione non sarà conseguenza del fatto che decide principalmente una Camera. Oramai è diventato un alibi imputare alla Costituzione responsabilità di insufficienze che semmai vanno intestate alla politica e all’amministrazione.

Il vero tema è la cattiva fattura delle leggi frutto di un eccesso di legislazione…

Esatto. Davvero si pensa che il problema stia nel fare più celermente nuove leggi, anziché farne meno e scriverle meglio? Il superamento del bicameralismo paritario non ci porterà necessariamente verso una legislazione migliore di quella attuale. Già oggi la qualità delle leggi è modesta e la loro quantità assurda. I partiti e i parlamentari pensano che quando c’è un problema, per risolverlo serve una legge, invece sarebbe necessaria una sorta di moratoria nella produzione di norme. La colpa non è della Costituzione, ma dell’inadeguatezza della politica.

Il ministro Boschi cita il Bundesrat tedesco. Ma la riforma trasformerà l’attuale Senato in una vera Camera delle autonomie?

Assolutamente no, la modifica del Titolo V dimostra che non c’è attenzione al rapporto tra i diversi livelli di governo e questo creerà incertezza, amplificando il fenomeno già oggi molto diffuso del rimbalzo di responsabilità tra Comuni, Regioni e Stato, con la conseguenza di originare difficoltà enormi nell’organizzazione della pubblica amministrazione e quindi nell’erogazione dei servizi ai cittadini. Per impostazione sono relativamente favorevole alla centralizzazione, ho criticato la riforma del 2001, ma oggi la si vuole modificare senza essersi mai domandati se fosse sbagliata, oppure se non si è stati capaci di darne un’attuazione compiuta e ragionata, anziché erronea e parziale. Con la Renzi-Boschi molte materie di competenza concorrente sono riportate al livello centrale e su queste lo Stato emanerà “disposizioni generali e comuni”.

Ma cosa vuol dire?
È una locuzione nuova. Nella Costituzione attuale si parla di “norme generali” e “principi fondamentali” e c’è voluto molto tempo affinché la Consulta definisse il loro significato. Ora si introduce una terza formulazione, che sembra un mix delle prime due, e lo si fa su richiesta delle Regioni, evidentemente con l’obiettivo di rinviare a un momento successivo la definizione precisa di ciò che è di competenza dello Stato e di ciò che resta di competenza delle Regioni. Veniamo da una stagione di cambiamenti complessi ed incerti, e decidiamo di introdurre nuovi elementi di incertezza che alimenteranno per anni discussioni infinite. Se si vuole semplificare bisogna partire da formulazioni che siano chiare nella dottrina. Si è voluto cedere agli umori diffusi secondo i quali, siccome gli enti decentrati funzionano male, allora bisogna togliere loro competenze. Si tratta di una risposta sbagliata alla scarsa qualità e capacità di governo di alcune Regioni, dimenticando che il decentramento implica un ruolo dello Stato di monitoraggio e di potere sostitutivo.

Lo Stato lo ha svolto?

In sanità ci sono Regioni che sono state “commissariate”, ma solo per motivi di finanza pubblica, mentre inadeguato è stato il ruolo svolto dal livello centrale per imporre a tutte le Regioni la garan- zia dei livelli di assistenza. Il vero problema è la scarsa qualità della politica che sta nelle amministrazioni regionali.

Non verranno pubblicati interventi offensivi e contrari alla logica del dibattito civile e democratico,
nel rispetto doveroso delle opinioni contrastanti.

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